Editoriale

Il secondo respiro di una piccola storia
di Carlo Nofri

Come eravamo
Quando, nel settembre del 1989, nacque la rivista Culturiana, per l’insegnamento dell’italiano come lingua straniera si stava concludendo un decennio di grande espansione sia in patria che all’estero. Erano gli anni nei quali si parlava di “boom dell’italiano”, un fenomeno che aveva colto di sorpresa anche qualche addetto ai lavori. Il fenomeno sorprendeva soprattutto perché l’Italia, a differenza di altre nazioni europee, non si era mai impegnata nel dopo-guerra in una energica politica di diffusione linguistica. L’impegno governativo si era sempre tenuto nei limiti di una politica che concepiva gli interventi in questo settore prevalentemente attraverso iniziative scolastiche, come supporto alle nostre comunità emigrate all’estero, un’opera di sostegno a distanza affinché non andasse perduto un legame culturale con la madre patria. Si agiva , in altri termini, nel solco di quella tradizione inaugurata alla fine dell’Ottocento dalla Società Dante Alighieri affiancando l’azione svolta dalla sua rete internazionale di Comitati, presidi animati spesso da coraggiosi “volontari” dell’idioma e della tradizione culturale nazionale. Una sola Università era dedicata agli studenti stranieri, quella di Perugia, e l’insegnamento dell’italiano L2 era quasi del tutto assente negli atenei italiani, con l’eccezione di Siena, dove uno specifico istituto universitario era in transizione verso l’autonomia accademica.

Cosa stava accadendo dunque? Come spiegare il rinnovato e vigoroso interesse intorno all’italiano? Perché una lingua italiana che faceva così poca propaganda riscuoteva crescenti consensi?
Secondo i risultati di una ricerca pubblicata nel 1981, frutto di una “Indagine sulle motivazioni all’apprendimento della lingua italiana nel mondo” affidata dal Ministero degli Affari Esteri all’Istituto dell’Enciclopedia Italiana e coordinata dagli studiosi Ignazio Baldelli e Ugo Vignuzzi, l’italiano nel mondo veniva studiato soprattutto come porta d’accesso ad una prestigiosa tradizione culturale.
Un’ipotesi che scaturiva da un campione di studenti inseriti in contesti formativi ufficiali e che confermava in modo convincente la forza di quello storico richiamo artistico e letterario che la nostra lingua da sempre esercitava sulle classi colte. Un “evergreen” motivazionale certamente non inedito e che da solo non bastava a spiegare quanto stava accadendo, soprattutto se si interpretava la motivazione “culturale” in termini prevalentemente artistico-letterari. In realtà, a partire dalla fine degli anni ’70, si riverberava sulla nostra lingua innanzitutto la rinnovata immagine del nostro paese nel mondo, da terra di emigranti poveri a terra di ricchi esportatori: esportatori di beni, di status symbol, di modelli del buon vivere, di capolavori cinematografici, di campioni dello sport e di artisti itineranti dello star system planetario. Negli anni ’80 l’Italia torna a sedurre l’immaginario collettivo e lo fa con icone che parlano il linguaggio della modernità, opere e personaggi che contribuiscono tutti, spesso con una cifra stilistica di notevole spessore estetico, a disegnare un nuovo concetto di civiltà italiana contemporanea nel quale confluiscono anche elementi del costume, miti popolari e mass-mediali, dilatando i confini della stessa nozione di culturalità. Così i suoi ambasciatori più illustri non sono più soltanto Dante e Michelangelo ma Armani e Paolo Rossi, Pavarotti ed Enzo Ferrari. È un’Italia dinamica e industriosa, elegante e creativa, vitale e vincente, da imitare e da emulare. Giunge a compimento una parabola storica e sociale che - sebbene con qualche nodo problematico che presto verrà al pettine – dalle macerie del primo dopoguerra aveva portato l’Italia a sedersi al tavolo delle maggiori potenze economiche mondiali.
Dall’Italia non si parte più, o si parte meno, per cercare fortuna all’estero mentre è verso l’Italia che cominciano a dirigersi progetti e speranze di tanti stranieri, molti dei quali non sono più soltanto turisti in vacanza nel “bel paese”.
Nel frattempo decine di milioni di “italo-qualcosaltro” sparsi per il mondo , sono diventati protagonisti di comunità integrate nei paesi d’adozione e il rinnovato prestigio di quel prefisso diviene motivo di orgoglio identitario da esibire e non più da nascondere come fattore potenziale di una temuta esclusione sociale. Le terze e quarte generazioni dei nostri emigranti, che a volte conoscono solo frammenti dialettali di quella lingua di famiglia, diventano i protagonisti di un viaggio a ritroso verso le radici parentali che concorre in modo decisivo alla riscoperta della nostra lingua.
Inoltre, proprio mentre l’indagine motivazionale dell’Enciclopedia Italiana, limitata ad un campione di studenti all’estero, sviluppava la sua fotografia della situazione, il soggetto da fotografare si stava muovendo. L’Italia cominciava ad essere investita dal quel poderoso fenomeno dell’immigrazione a cui tutti oggi assistiamo.
È un fenomeno che si salda con lo sviluppo economico del paese e che fa dell’Italia la porta mediterranea di un nuovo impero, quello della benessere e dell’emancipazione per milioni di persone che abbandonano mondi rimasti drammaticamente terzi sul piano della distribuzione della ricchezza e, spesso, delle libertà civili.
Ma anche in questo caso, se la nuova ondata immigratoria investe tutti i paesi europei, l’Italia ne rappresenta un caso particolare poiché è da sempre anche il centro della cristianità cattolica. A partire dal 1978, durante gli anni dello straordinario pontificato di Giovanni Paolo II, la Chiesa rilancia il suo ruolo internazionale marcando con forza un messaggio di speranza rivolto soprattutto ai giovani ed ai più poveri del pianeta ed aprendo un inedito dialogo anche con altre religioni. È per questo che le frontiere italiane, più di altre, diventano quelle dell’accoglienza. Un fenomeno che culminerà con la pacifica invasione nell’anno del Giubileo di fine millennio, evento memorabile nella storia della mobilità giovanile e religiosa.
Oggi, in un mondo segnato dalla rivoluzione della comunicazione telematica e dalla vorticosa crescita degli scambi internazionali, non stupisce trovare spesso nel variopinto bagaglio linguistico del cittadino globale, nel suo “internazionalese” , parole e locuzioni italiane, una lingua di contatto sparsa in tutto il mondo e che, ben oltre l’apprendimento scolastico e formale, si rivela di uso episodico assai diffuso, dal cameriere di Cracovia al tassista di Atene.
Ma in casa nostra dovremo attendere l’indagine Italiano 2000, affidata dal Ministero degli Affari Esteri a Tullio De Mauro e coordinata da Massimo Vedovelli, per una fotografia più aderente dei corredi motivazionali che sostengono la crescita dell’italiano nel mondo e per un primo esame delle criticità che ne ostacolano una maggiore diffusione all’estero. Si supera finalmente una visione che vincola l’apprendimento dell’italiano quasi esclusivamente a quelle generiche ragioni “culturali” contraddette palesemente da nuove funzioni “strumentali” e “veicolari” che vanno prepotentemente affermandosi negli anni ’80 e che la nostra rivista aveva segnalato fin dagli esordi.
Una delle maggiori conseguenze di quella visione tardivamente culturalista fu quella che si proiettò sulla complessa vicenda della certificazione delle competenze, esigenza scaturita dallo storico e meritevole convegno del MAE nel 1982, ma che in Italia partì con il piede sbagliato. A posteriori oggi appare chiaro che la grande distanza tra progettisti della prima certificazione ed operatori sul campo, portatori di fresche e realistiche informazioni su bisogni socio-linguistici effettivi, sia stato un errore da non ripetere. Ma questo vale anche come monito futuro per chiunque si cimenti con l’innovazione nel settore dell’italiano L2. In campo educativo è necessario che i processi di cambiamento seguano sempre un doppio percorso, dall’alto e dal basso, per non perdere contatto sia con gli agenti effettivi della formazione che con i referenti finali, coloro che devono apprendere ed hanno la necessità di traguardare realisticamente il proprio investimento formativo e conseguire una spendibilità sociale degli obiettivi raggiunti.
Oggi si stima che circa il 50% di coloro che apprendono l’italiano siano immigrati stranieri e questo dato da solo è sufficiente a comprendere come stia cambiando il ruolo internazionale della nostra lingua e del nostro paese. La sfida più attuale, senza trascurare l’importanza di rafforzare la diffusione della nostra lingua all’estero, è quella di governare questa tumultuosa domanda interna di lingua. Cruciale in questo processo è oggi la questione della formazione dei docenti, ma non tanto per classificare burocraticamente gli “aventi titolo”, quanto per fornire sempre meglio a coloro che intraprendono la strada dell’insegnamento le “conoscenze per operare consapevolmente” secondo la felice definizione di Anna Ciliberti.