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L’italiano L2 dà i numeri e chiede attenzione |
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giovedì 17 aprile 2008 |
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Un giro di affari di 55 milioni di euro, 42 scuole e 600 insegnanti. Sono alcuni dei dati che emergono dall’ultimo rapporto Asils sull’insegnamento dell’italiano L2 nel nostro paese. Un settore in crescita a cui le istituzioni dovrebbero guardare come ad un fiore all’occhiello del nostro Paese. |
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Ora che sappiamo l’italiano possiamo rinforzarlo con il dialetto. |
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giovedì 17 aprile 2008 |
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Risultati del sondaggio Istat del 2006 Pietro Trifone
All’inizio degli anni Novanta, studiando la situazione linguistica di Roma e del Lazio (cioè di una parte significativa del territorio italiano, se non altro perché vi risiede un decimo della popolazione nazionale), avevo notato con una certa sorpresa fenomeni che contraddicevano il modello teorico allora prevalente dell’ormai inesorabile «morte dei dialetti». Nella capitale emergeva una sorta di demotivazione normativa da parte di tanti giovani che si sentivano padroni così della lingua come del dialetto e tendevano quindi a preferire consapevolmente, solo in determinate circostanze, un neoromanesco più espressivo dell’italiano standard. Da un’inchiesta sociolinguistica condotta ad Alatri, un centro di medie proporzioni della Ciociaria, risultava un quadro abbastanza simile: il bilancio dell’italofonia segnava negli ultimi decenni un netto progresso, soprattutto dentro le mura del paese, ma non si poteva certo parlare di «morte del dialetto», visto che addirittura nove parlanti su dieci continuavano invece a servirsene, per lo più in alternanza e in interferenza con la lingua comune.
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